Non volevo.

Ti svegli la mattina dell’8 marzo e sai già che dovrai correre veloce, lontano dall’ignoranza che leggerai nei post di Facebook. E sai benissimo che cosa vorrai rispondere a Zuckerberg quando ti chiederà “A cosa stai pensando?”. Lo sai, ti pruderà la lingua, ti tremeranno le mani, ma ti dovrai fare gli affari tuoi.

E allora ti convincerai a lasciar perdere e li lascerai parlare.

Auguri alle donne con la D maiuscola” – loro che fino a ieri bestemmiavano dietro alla propria ragazza, e domani la lasceranno sola con un “scusa, sono io, non sei tu

Auguri a tutte le mie amiche donne ” – loro che fino a ieri si sputtanavano a vicenda, ma oggi no, oggi siamo donne tududu oltre alle gambe c’è di più

Auguri a tutte quelle donne che si sono battute per i loro diritti” – loro che fino a ieri postavano le foto delle proprie tette su Instagram, ma oggi si sono riscoperte femministe (e magari pure vegane)

Giuro. Non volevo. Ma dovevo.

Ho pensato e ripensato a quello che avevo da dire, a tutto quello che avevo letto, e che volevo commentare. Ho fatto un respiro profondo, e ho cancellato tutto. In realtà vi apprezzo per il coraggio che ci mettete ogni giorno. Apprezzo il modo in cui state per pubblicare quel post, e pensate “proprio una grande idea“. Vi apprezzo e vi temo, perché forse farete strada nella vita, e non ve lo meritate.

Quindi grazie, come ogni 8 marzo, per avermi fatto diventare polemica.
Ma soprattutto grazie al Sushi, che questa sera mi permetterà di strafogarmi di maki con il 20% di sconto.

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Auguri.

Troppa polvere.

Stavo seduta sul letto, pc in grembo, pensieri in testa.

D’improvviso una polaroid attaccata al muro ha deciso di cadere. Così, dal niente. E’ caduta e basta, senza dire niente a nessuno. Nessun “Bene, ragazzi, io me ne vado, è stato bello“, nessun “Merda merda merda merda! Sto per cadere, sto per cadere..! Caduta“. Niente di niente. So solo che è finita sotto al letto e che non ci rivedremo per un bel po’. Ho ancora i vestiti sulla sedia, figuriamoci la polvere sotto al letto.

E niente, era una foto della mia laurea, ormai due anni fa. In quello scatto c’erano due persone, una volta legate da un legame indissolubile, ora forse un po’ troppo lontane.

Spoiler: una delle due persone ero io.

L’altro sorriso accanto al mio era di un volto amico, che una volta avevo imparato a conoscere talmente bene che mi sembrava di vedere me stessa. L’altra metà della mela, il pezzo del puzzle giusto, la pellicola che si forma quando riesci ad aprire perfettamente uno yogurt.

Poi ad un tratto qualcosa è (ac)caduto. Bum. Così, dal niente. E’ caduto e basta, senza dire niente a nessuno. Solo che, questa volta, avrei voluto sapere. “Guarda, scusa, ma non ho più bisogno di te” o “Sei una stronza, lasciami in pace“. Mi sarebbe bastato qualsiasi cosa. Chi lo sa, a volte siamo capaci di resistere a tutto il male del mondo piuttosto che non sentire niente. In tutti i sensi.

Siamo strani noi umani: qualcuno ha proprio bisogno di stare male per capire quanto è bello stare bene. Non credi sia assurdo? E’ come se ti trovassi davanti a due porte, una nera e una bianca: lo sai, è nera -si mette con tutto- ma sai che non è niente di buono. Il bianco invece ti infonde sicurezza, ti dice “Scegli me, ci sono i biscotti“. Star Wars non ti ha insegnato proprio niente?

La risposta, cari miei, è no: non impariamo mai. Sai che soffrirai, ma vuoi provare quanto può bruciare la tua pelle prima di dire che ti sei scottato. E io, davvero, non lo capisco. L’ho provato, certo, ma non l’ho capito. Solo che è più brutto quando la persona dietro la porta bianca sei tu, e ancora più brutto quando quella porta rimane chiusa.

Sai, oggi volevo dirti che sono sempre stata lì. Quando avevi bisogno, e quando non lo avevi, quando ti credevi forte, e quando non lo eri affatto, quando lui ti diceva che non potevi, e io sarei stata tua complice nella follia. Quando hai scelto, e non mi hai detto niente.

Sai, quando avrò voglia di spostare il letto, raccoglierò quella foto. La guarderò, e penserò a quel momento, quando tu eri tu e io ero io, e assieme eravamo quelle là. Forse ci metterò un’altra puntina, e ti riattaccherò su quel muro. E chissà, ci resterai per sempre. O cadrai di nuovo, ed io ti raccoglierò ancora, e ancora, di nuovo, quando deciderai di cadere.

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Ma per il momento non mi va. Ho troppa polvere da spazzare via.

Piccole abitudini.

Incredibile come basti poco per cambiare le cose.

Oggi ero al supermercato, uno di quelli grandi che ti ci puoi perdere. Di sicuro perdi la nonna. Io ad esempio oggi ci ho perso mia madre, e non è nemmeno anziana.
Pesa le patate e seguimi
Sissignore!”
Sparita.

In mia difesa dico che stanno ristrutturando i locali del supermercato e quindi tutti i vari reparti sono spostati, le corsie ridotte alla metà. Ti ritrovi a cercare le olive tra la carta igienica, madri tra i surgelati.
Ad un certo punto decido di fermarmi e sperare nel “prima o poi ricomparirà“. E mi metto a fissare le persone: tutte a cercare cose laddove non ci saranno.
Quell’espressione smarrita sui loro volti è quasi confortante. Siamo sulla stessa barca. E mi fa sorridere.
Ma dove sono i biscotti? Hanno spostato tutto!”

E le vecchiette, così metodiche, perse in mezzo alle loro liste della spesa.
Pazzesco come basti cambiare qualche piccola abitudine per mandarci in tilt.
Facci fare le stesse cose sempre allo stesso modo, e ci annoieremo; toglici quelle piccole certezze sempre uguali, e ci perderemo.
E quindi?

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E quindi niente, sono entrata per prendere una pizza, e mia madre ha riempito il carrello (ma anche stavolta l’ho ritrovata).

C’ho qualcosa oggi.

C’ho qualcosa oggi, quell’ansia della domenica che “domani è già lunedì“.

Si tirano le somme, ogni settimana. Questa è passata veloce, non si è neanche fermata per un caffè, eppure ne ho bevuti così tanti.

C’ho qualcosa oggi, quella macchia sul cuore che “domani è un altro giorno“.

Sto nascondendo qualcosa. Ho un enorme tappeto sotto cui sto mettendo tutti i cattivi pensieri, esplosi in un momento di debolezza inutile.

C’ho qualcosa oggi, che mi turba.

Non lo so, mi sto agitando.

Sai quando vorresti dire milioni di cose ma non te ne esce neanche una? Più o meno così, solo che forse so esattamente quello che voglio dire, ma mi fa paura che diventi reale.

C’ho qualcosa oggi, che non mi voglio dire.

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Ti capita mai di restare da solo con te stesso?

Ma chi me l’ha fatto fare?

Certo che vi sposate un po’ troppo facilmente.

Mi sbattete quotidianamente su Facebook la foto del vostro anello di fidanzamento, i vostri servizi prematrimoniali (imbarazzanti quasi quanto i prediciottesimi), la faccia di vostro figlio appena nato. E io me la rido, un po’ per il cattivo gusto con cui vi fate i selfie in chiesa, un po’ perché tutti sanno delle vostre corna ma a voi va bene così.

72 minuti di applausi.

Di solito non sono così acida. E’ che mi ci fate diventare così. Sarà che sono una persona riservata e non mi piace esibire la mia vita a centinaia di persone, sarà che mi fa tutto un po’ schifo ultimamente. Non sono né moralista né bigotta, ho solo voglia di ritrovare un po’ di quell’amore vero che ormai ci siamo tutti dimenticati. Parlo di Amore, non solo quello per il proprio ragazzo o per il proprio cane, parlo dell’Amore per se stessi, per gli altri in generale.

Troviamo sempre il modo di autosabotarci, di far finire qualcosa ancora prima che cominci per paura che vada male. Oppure no, non ce la facciamo e basta. Mollo adesso che sono ancora in tempo. Sono la regina delle mille cose a metà. Cos’ho imparato? Che se non rispondo al telefono non possono dirmi che ho fallito.

L’altro giorno in autobus avevo finalmente conquistato un posto magnifico, di quelli alti che gli anziani non reclamano. Dovevo andare da un capolinea all’altro, mi avrebbe fatto comodo. Invece è salita una signora (che in realtà avevo scambiato per un uomo). Se ne stava aggrappata all’obliteratrice, con un’espressione mista tra il dolore e lo sconforto. Non sembrava troppo anziana, ma gliel’ho chiesto lo stesso: “Signora, vuole sedersi?”. A volte dopo questa domanda mi sono beccata un insulto per il “non averlo chiesto prima“. Questa volta invece dall’altra parte c’era una faccia riconoscente, di chi ha tante cose dentro. Dopo essersi seduta, ha cominciato a raccontarmi che stava andando a fare fisioterapia per il braccio che aveva rotto tempo prima, e che ha accettato il posto solo per evitare di farsi ancora più male rimanendo aggrappata in mezzo all’autobus. Mi stava quasi chiedendo scusa. Mi ha fatto sorridere. Ho mantenuto la conversazione per un po’, poi ho indossato gli occhiali da sole e ho riacceso la musica.

Viviamo in un mondo in cui dobbiamo chiedere scusa se stiamo invecchiando?

Forse andiamo avanti con la speranza di non morire mai, ma con la consapevolezza che ce ne staremmo volentieri in pace da qualche parte per sempre.

E insomma niente, non ha né capo né coda. Un pensiero come un altro condito da pensieri come altri. Mi stavo annoiando e avevo tanto veleno dentro. Ora mi è passata. Ora forse vi amo tutti un po’.

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Nah.

Forse. Però.

Parla, parla, tanto non ti ascolto, di solito penso ai cazzi miei ma tu non te ne accorgi mai. Ti sorrido con questo mio incurvare le labbra in modo sghembo, un po’ inquietante a volte, ma gioco con gli occhi, specchio dell’anima. Tu no, non giochi, tu cerchi di sopravvivere in un libro d’avventura, ma sei il tipo di personaggio che se ne sta sul divano a vedersi crescere la barba.

Parli come se non te ne fregasse niente, a volte anche di me; più di te però, perché non ti piaci, ma solo a volte. Per il resto ti credi migliore di tutti gli altri. Vinci sempre anche contro te stesso. Ti ritrovo a parlare da solo davanti allo specchio, ma siete sempre in due, tu e la tua faccia di merda. Entrambe mi lasciano a fissare il soffitto mentre il sole si accende e il tuo russare copre il suono della sveglia, che non senti mai. Mi tocca muoverti per farti smettere, ma non ne vuoi sapere, e se te ne accorgi ti arrabbi, e io mi incazzo e me ne vado di là a guardare la televisione – volume 22, perché non mi piacciono i numeri dispari. Senza accorgerti di me mi passi davanti.

Sono il fantasma che salutavi ogni mattina con un bacio sulle labbra.

Una rosa, ogni tanto, appassiva sul mio comodino – mi piaceva lasciarla lì, tra una penna e qualche libro, che tu non avresti mai letto. Veder morire quel fiore mi ricordava che può sempre finire, ma non mi faceva tristezza, mi faceva sentire viva, per qualche volta l’anno. Poi diventavano due, poi quattro, poi non contavo nemmeno più quanto tempo era passato dall’ultima rosa, se veramente ce n’era mai stata una prima. Fantastico sul colore delle pareti, se non fossero pareti. Mi piacerebbe vedere le altre stanze, mi farebbe sentire sicura. Saprei sempre dove sei, perché ultimamente non me lo dici mai. Ho paura che tu mi stia nascondendo qualcosa, ma se te lo chiedo trovi mille mila modi diversi per cambiare argomento, e neanche me ne accorgo. Sei sempre stato così bravo a farmi ridere, anche quando avresti meritato un calcio nelle palle, un pugno in faccia, un naso sanguinante. Non capisco se sono troppo stupida io o troppo bravo tu a mentire. Sei splendidamente irritante quando fai così, e ti ucciderei, ma dopo averti amato fino a morire. Perché ora, tu, che te ne stai in cucina, a bere il caffè, e io, che nello stesso momento me ne sto qui, a fissare il soffitto, ora, qui, assieme ma ognuno per conto suo, stiamo pensando ad almeno dieci motivi per cui dovremmo finirla qua. E so che se adesso mi alzassi dal letto e tu, nello stesso momento, poggiassi la tazzina sul tavolo e ti girassi, so che ci incontreremmo in soggiorno, e, dopo aver chiesto scusa l’un l’altra per chi dovesse parlare per primo, ci saremmo detti che non può andare avanti così. Ma tu leggi il giornale adesso, e io mi sto lavando i denti, guardando questo mio stupido sorriso, che mi viene ogni mattina. So che neanche oggi ci incontreremo, in quel soggiorno, in quel esatto momento. So che anche oggi saremo felici, e faremo l’amore, lì, in quel soggiorno, tra un forse ed un però.

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Forse dovremmo lasciarci, però stiamo così bene quando siamo assieme.